Mirabei, dieci metri di rifiuti in più: bocciate la Provincia di Verona e la Regione

La sentenza n. 6844/2026 del Consiglio di Stato annulla in parte il PAUR sull’ampliamento della discarica di Caprino Veronese: un divieto del Piano regionale rifiuti letto al contrario per nove anni.

L’area oggetto della sentenza è quella di cava Mirabei nel comune di Caprino Veronese, cava dichiarata estinta dalla Regione nel dicembre 2022, se pur mai ripristinata. Dal 2008 la depressione lasciata dall’escavazione viene colmata con fango filtro pressato proveniente dalla lavorazione di graniti e marmi. Un progetto di “riordino ambientale” che, di variante in variante, nel 2024 ha raggiunto un volume autorizzato di 1.666.838 di metri cubi, alzando le quote finali di baulatura di circa dieci metri. Nessuna espansione in pianta: solo una collina di rifiuti più alta, ai piedi del Monte Baldo, a ridosso del confine con Rivoli e in sfregio al paesaggio delle colline moreniche.

C’è un passaggio, nella sentenza n.6844/2026 depositata l’8 settembre 2026 dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato, che vale più di qualsiasi commento: per stabilire se si potessero autorizzare altri 392.600 metri cubi di rifiuti nella discarica di località Mirabei è bastato leggere una norma per quello che dice. Ma né la Provincia né la Regione Veneto lo avevano fatto.

L’articolo 15 delle Norme tecniche del Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani e speciali, infatti, vieta “… l’approvazione di nuove volumetrie di discarica, compresi gli ampliamenti di quelle esistenti…”. Il comma 2 elenca alcune deroghe e alla lettera a), tra le altre, si inserisce ignobilmente e vergognosamente la deroga per i rifiuti contenenti amianto, ma si specifica anche che “… sono comunque escluse dalla deroga di cui al presente comma le discariche per rifiuti inerti”. Con il parere del 23 gennaio 2017 la Regione aveva sostenuto che quell’esclusione si spiegasse perché gli inerti non sarebbero soggetti al divieto. Il Consiglio di Stato liquida la tesi come una incongruenza logica: escludere una fattispecie da una deroga ha senso solo se a quella fattispecie si vuole applicare la regola generale, altrimenti la norma avrebbe escluso direttamente il divieto.

Il PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale) è stato quindi annullato nella parte in cui autorizza l’aumento di volumetria.

C’è di più: né lo studio di impatto ambientale del proponente né il parere del comitato tecnico provinciale VIA si confrontano motivatamente con quel divieto nella parte dedicata proprio alla coerenza con il Piano Regionale. Non un’interpretazione difficile risolta male, ma una verifica mai fatta.

Altro punto interessante della sentenza riguarda l’unanimità che non c’era. Nella conferenza di servizi decisoria del 16 febbraio 2024 i Comuni di Caprino e di Rivoli avevano espresso parere negativo; il successivo provvedimento di valutazione di impatto ambientale dà conto di un parere favorevole approvato all’unanimità. I giudici hanno salvato l’atto: l’unanimità riguardava l’approvazione del verbale, non il merito. Formalmente regge. Politicamente resta un’amministrazione, quella regionale, che scrive «unanimità» in calce a un procedimento in cui entrambi i Comuni interessati erano contrari, e che a Rivoli – sul cui territorio ricade gran parte della fascia di rispetto – si nega il diritto di voto in quanto ente «non direttamente interessato».

C’è poi l’appello incidentale, respinto. La Regione non ha difeso soltanto il merito dell’autorizzazione: ha contestato che i due Comuni avessero titolo per impugnarla, sostenendo che avessero agito per un «mero e astratto interesse alla legittimità dell’azione amministrativa». Il Consiglio di Stato ha ricordato che in materia ambientale la vicinanza basta a fondare la legittimazione, e che Rivoli aveva documentato traffico pesante, polveri e perfino un contributo riconosciuto dalla stessa Regione ai Comuni confinanti per il disagio dell’impianto. Un’amministrazione regionale che indennizza il disagio e contemporaneamente nega che quel disagio dia diritto di parola dice, di sé, più di quanto vorrebbe.

Infine il vuoto di tutela. Fra i motivi respinti c’è quello sul vincolo paesaggistico: il Piano d’Area Baldo-Garda, adottato nel 2010, non è mai stato approvato, e dopo cinque anni le misure di salvaguardia sono decadute. È la Regione ad aver lasciato scadere lo strumento che avrebbe protetto quell’ambito, così come è la Regione a non aver mai istituito il parco del Monte Baldo previsto dalla propria pianificazione territoriale.

La difesa dell’area non è caduta in giudizio: era già stata smontata a monte, per omissione.

Il ruolo di Legambiente

Il ricorso è stato presentato dal comune di Rivoli Veronese, comune con poco più di 2000 abitanti, che ha sostenuto per due gradi di giudizio un contenzioso contro Provincia, Regione e gestore, con spese infine compensate. Nel Veneto il controllo di legalità sulle autorizzazioni ambientali non nasce dentro le amministrazioni che le rilasciano, ma fuori.

È esattamente il lavoro che Legambiente svolge da decenni. Il modello che qui si ripete – la cava che diventa discarica in nome della «ricomposizione ambientale», l’ampliamento presentato come completamento di un’opera già assentita, l’interpretazione amministrativa che allarga le maglie di un divieto di piano – è lo stesso che l’associazione denuncia da anni nel Rapporto Ecomafia e nelle campagne territoriali, e che nel Veronese si è già visto all’opera in altri dossier. Senza quel presidio civico, e senza le competenze tecniche che le associazioni mettono gratuitamente a disposizione di Comuni e cittadini, una norma capovolta per nove anni lo sarebbe rimasta ancora a lungo.

Non è solamente una rivendicazione: è un’anomalia. Il volontariato ambientalista non dovrebbe essere l’unica istanza di controllo di un sistema autorizzativo dotato di uffici, comitati tecnici, agenzie e pareri regionali.

Quattro cose da fare, subito

1- La Regione ritiri la nota del 23 gennaio 2017 e chiarisca in modo espresso il perimetro dell’articolo 15 delle Norme tecniche, smettendo di governare il ciclo dei rifiuti con note interpretative anziché con atti impugnabili.

2- La Provincia di Verona renda pubblico l’elenco delle autorizzazioni per discariche di inerti rilasciate dal 2017 a oggi sulla base di quel parere, ora giudicato logicamente incongruo.

3- Il Consiglio regionale abroghi l’articolo 32-bis della legge 3/2000 e restituisca ai Consigli comunali il parere sugli ampliamenti; il regolamento provinciale VIA riconosca il voto ai Comuni confinanti su cui ricadono le fasce di rispetto.

4- La Regione approvi il Piano d’Area Baldo-Garda e istituisca il parco del Monte Baldo, invece di lasciare che la tutela dell’ambito si dissolva per decorrenza dei termini.

Europa Verde – Verdi Verona

Camilla Taddei, Federico Guarelli, Lorenzo Albi

Verona 9 settembre 2026

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