La rivoluzione della neve artificiale: cos’è, pregi e limiti. Quali sono gli impatti ambientali?

di Luca Lombroso

La scarsità di neve è ormai un problema ricorrente su Alpi e Appennino. La tecnologia della neve programmata permette di mantenere in vita il settore turismo invernale. Può essere una soluzione di adattamento alla crisi climatica?

La neve artificiale è una soluzione tecnologica nata per integrare l’innevamento naturale in caso di scarsità, ma che ora è diventata indispensabile e viene usata anche per garantire la sciabilità di interi comprensori anche in assenza totale di neve naturale.

Rivoluziona il paesaggio invernale, creando strisce bianche in montagne brutte e secche, ma garantisce esperienze innevate anche quando la natura non è generosa con la neve. Cosa c’è dietro questa tecnologia che ha rivoluzionato le piste da sci?

Cos’è la neve artificiale

La neve artificiale è un’imitazione della neve naturale, non a caso detta anche “neve programmata”, creata attraverso processi tecnologici che coinvolgono la combinazione di acqua e aria. 

Il processo di produzione della neve artificiale è molto sofisticato. Appositi “cannoni” vaporizzano l’acqua in minuscole goccioline. Queste vengono immesse in aria attraverso ugelli e portate a distanza con grosse ventole o pressurizzando l’acqua. 

Esistono infatti di base due sistemi, a bassa pressione come i cannoni come nella foto, o ad alta pressione attraverso apposite lance posizionate in alte aste. Dietro, ci sono tubazioni che richiedono scavi, macchinari, sale di controllo e spesso appositi bacini idrici artificiali. Ben circa 150 sono stati realizzati nelle Alpi.

L’acqua vaporizzata, uscendo in aria fredda, da sola non congelerebbe subito, come avviene in atmosfera per il fenomeno della sopraffusione. Ad essere di aiuto è l’immissione in pressione, che causa un ulteriore raffreddamento da cui il congelamento delle goccioline.

L’importanza delle condizioni meteo

Ingrediente base è il freddo: queste tecnologie, infatti, non usano sistemi di refrigerazione e se fa caldo esce solo acqua. Fondamentale la temperatura, ma anche l’umidità: con aria molto secca, può essere prodotta neve anche con temperature leggermente sopra zero

Con aria umida o satura, l’efficienza cala, a -1°C col 100% di umidità è difficoltoso produrre neve. Le condizioni ideali sono quando dal “temperatura di bulbo bagnato” è inferiore a -2, meglio -4°C. 

Il vento è un fattore di disturbo, perché può disperdere la neve che fuoriesce da cannoni e danneggiare i cristalli di ghiaccio.Malgrado i miglioramenti tecnologici, quanto si produce è diverso dalla vera neve: i cristalli di ghiaccio non hanno infatti la stessa magica struttura della neve naturale. Di conseguenzala neve artificiale è più dura e densa, e rende le piste più compatte e anche più veloci.

I pregi della neve artificiale

La crisi climatica con frequente “siccità nevosa o rapide fusioni di abbondanti nevicate ha reso indispensabile questo strumento per il settore turismo invernale. 

Questo settore ha una grande importanza economica; garantire la sciabilità consente a località montane di mantenere in vita l’economia locale di hotel, ristoranti, commercio e servizi. 

una pista da sci innevata artificialmente attorno a un paesaggio secco per la siccità nevosa.

Inoltre garantisce le gare e l’allenamento agli atleti professionisti e amatoriali. In teoria potrebbe contribuire alla salvaguardia dei ghiacciai, ma secondo varie ricerche il contributo nel limitarne il ritiro è marginale.

Negli ultimi anni, con l’esplosione dell’interesse allo sci, anche in presenza di abbondante neve naturale viene utilizzata per garantire la sciabilità. La lavorazione coi gatti delle nevi infatti compatta il manto, un metro di neve farinosa si può ridurre a poche decine di centimetri e le migliaia di passaggi di sciatori consumerebbe in fretta il fondo.

I limiti e gli impatti energetici e ambientali

La neve artificiale è oggetto di critiche da parte di organizzazioni ambientaliste e di contenziosi sociali per l’uso delle risorse idriche. I consumi infatti sono veramente elevati, comportando costi che spesso sono sostenuti da contributi pubblici.

Secondo una stima del centro di ricerca CIPRA per innevare un ettaro di piste occorre 1 milione di litri di acqua, per i circa 25000 ettari delle piste alpine in un anno si prelevano 95 milioni di metri cubi d’acqua, pari al consumo di una città di oltre un milione di abitanti.

Quanto ad energia, occorrono circa 3.5 kWh per metro cubo di neve, una stima per la Francia indica che si consuma per la neve artificiale energia come per 130000 famiglie di 4 persone. 

A questi si aggiungono impatti per le opere edilizie, scavi ecc e impatti su flora e fauna. La neve artificiale infatti mantiene bianchi tratti di montagna anche a primavera inoltrata.

Infine i costi, indicativamente un metro cubo di neve costa 3-4 euro, che aumentano quando si inneva in condizione termiche al limite. Innevare completamente una pista da discesa libera in assenza di neve artificiale può costare 250000 euro.

Le alternative alla neve artificiale

Si parla da tempo in convegni e varie occasioni e in svariati studi della necessità di uscire dalla monocultura turistica dello sci. Il tema è vasto e ci ritorneremo. 

Come considerazione finale, i cambiamenti climatici sono un dato di fatto di cui il settore sport invernali dovrebbe prendere atto e farsi anzi primo portavoce. Un esempio è l’ONG Protect Our Winters, che si fa portavoce come da nome di “proteggere il nostro inverno” agendo per la lotta ai cambiamenti climatici. E’ stata fondata dal professionista dello snowboard Jeremy Jones, con l’obiettivo di trasformare gli appassionati di attività all’aperto invernale in sostenitori del clima.

L’articolo è gentilmente tratto dal portale ilMeteo

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