Il consumo di suolo può essere monetizzato. E’ la miope risposta italiana contenuta nel Piano Nazionale di Ripristino (PNR) inviato a Bruxelles a fine settembre. Il regolamento europeo invece chiede di compensare il verde consumato con una superficie verde equivalente.
Il caso di Comune di Tribano è emblematico.
La Variante 7 ha trasformato 148.287 mq coltivati, destinati a produttivo dal 2005, in polo logistico. Alla comunità sono state annunciate una serie di compensazioni ambientali: un’area per la comunità energetica, un auditorium e un parco.
Ma 1,5 ettari destinati all’agrivoltaico sono ricavati dalla cessione di terreno che il privato fa per obbligo di legge (lo standard del 10%). L’auditorium è finanziato dal contributo straordinario. Il parco Falcone-Borsellino, presentato come compensazione dell’impatto carbonico, esiste già. Di depavimentazione effettiva, nel bilancio diffuso ad agosto 2025, restano 6.000 mq di parcheggio tornati a verde. Un misero 4% del suolo consumato.
La novità del 13 ottobre è che Hitachi Energy ha comunicato al sindaco di Tribano l’acquisizione di quell’area: non più un magazzino, ma uno stabilimento industriale. Nessuna obiezione per l’azienda – i trasformatori sono necessari per la transizione energetica e i posti di lavoro sono veri.
Ma quello è suolo che non è mai stato costruito, nonostante la pianificazione del 2005 l’abbia destinato a produttivo. Fra le misure cancellate dalla prima bozza del PNR ce n’era una scritta esattamente per questi casi – limitare gli interventi sui suoli urbani non artificializzati. Nel testo finale trasmesso a Bruxelles non c’è più: il governo ha fatto sue le molte limitazioni volute dall’Associazione Nazionale dei Comuni (ANCI).
Peraltro nella logica della sola monetizzazione ci aspettiamo che a seguito del passaggio da logistica commerciale a stabilimento industriale, il Comune proceda a rideterminare l’importo a carico dell’azienda (come nel passato 832.000 euro furono calcolati come metà del plusvalore generato dal passaggio da logistica produttiva a logistica commerciale). Ma è questa la strada da seguire? L’Europa ci indica altro.
La Provincia di Padova ha convocato nei giorni scorsi Comuni e professionisti sull’applicazione del Regolamento europeo 2024/1991, la Nature Restoration Law, di cui il Piano Nazionale di Ripristino (PNR) è l’applicazione operativa italiana. Riguarda 58 dei 102 Comuni padovani, che entro il 2030 non potranno avere meno verde urbano e copertura arborea di quanta ne avessero nel 2024; e dal 2031 dovranno aumentarli. All’evento il consigliere provinciale con delega all’urbanistica, Massimo Cavazzana, nonché vicepresidente nazionale ANCI e sindaco di Tribano, ha detto che “una città più verde è una città più sana”. Lo ha detto bene, e vale la pena prenderlo in parola.
Spieghi allora come mai la sua ANCI ha chiesto – ed ottenuto dal Governo – lo stralcio dal PNR della norma che imponeva che ogni intervento con riduzione di spazi verdi o di copertura arborea fosse compensato con altrettanta depavimentazione. Quella misura non c’è più, insieme ad altre dieci misure di salvaguardia di cui l’ANCI, in un documento del 3 agosto, aveva chiesto l’eliminazione: undici richieste, undici accolte.
“Un Piano nazionale svuotato non riduce gli obblighi europei, riduce gli strumenti per rispettarli – osserva Davide Galati, co-portavoce di Europa Verde Padova. E se la contropartita può essere soltanto il denaro, il risultato è che il suolo si consuma e si paga. Il conto arriva lo stesso, solo che lo paga la città in gradi di temperatura e in acqua che non trova dove andare”.
Ciò che ha fatto togliere l’ANCI può essere introdotto nella Variante generale al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, in discussione da 2 anni. Chiediamo alla Provincia di introdurre criteri omogenei per il contributo straordinario nelle varianti che consumano suolo, con una quota obbligatoria in depavimentazione effettiva, non monetizzabile e non sostituibile con opere pubbliche, e soglie e criteri espliciti per gli insediamenti produttivi e logistici di rilevanza sovracomunale, a partire dalla verifica che non esistano aree dismesse idonee prima di consumarne di nuove.
Chiediamo inoltre che i passaggi da polo logistico a insediamento industriale non avvengano in silenzio, a Tribano come altrove: che siano rese note le procedure di valutazione ambientale a cui il progetto sarà sottoposto, e che la comunità possa pronunciarsi prima e non dopo. Anche qui la bozza del Piano nazionale prevedeva la verifica obbligatoria del bilancio di suolo dentro le procedure di VIA e di VAS. L’ANCI ne ha chiesto ed ottenuto la cancellazione.
“Non chiediamo alla Provincia di essere più ambiziosa delle altre, chiediamo che scriva una regola che altrove esiste già: a Pavia è in vigore dal 7 ottobre” – dice Maria Elena Martinez, co-portavoce di Europa Verde Padova. “E chiediamo che la Variante si discuta in pubblico. Su un piano che disegnerà il territorio per i prossimi venticinque anni, a oggi non si è tenuto un solo incontro con i cittadini“.
È una richiesta che sta dentro il mandato del consigliere delegato alla pianificazione territoriale e alla tutela del paesaggio. Se il regolamento europeo va preso sul serio, si prende sul serio scrivendo le regole, non commentandole.


